Orario Estivo OMCeO Terni

Orario Segreteria nei mesi di Luglio ed Agosto:  dal Lunedì al Venerdì dalle ore 10:00 alle 14:00.

Chiusura degli uffici dal 13 al 17 Agosto. Riapertura uffici Lunedì 20 Agosto alle ore 10:00.  

Freddi Alberto - Quella notte, sul treno - 2011

……a volte, nel libro del nostro destino c’è una pagina bianca. Vuol dire che è giunto l’istante, rarissimo, in cui puoi sperare che il miracolo accada.

   

Il treno correva veloce e già cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve. Una volta arrivato a Grindelwald sarebbe ripartito, dopo appena due minuti, alla volta di Zurigo.

Laura avrebbe raggiunto il marciapiede della piccola stazione con la consueta precisione, come si conviene ad una giovane direttrice del reparto vendite che aveva imparato a considerare che la precisione è, innanzi tutto, una forma di rispetto e che in certe circostanze (com’era appunto nel caso del treno) era requisito ineludibile per risolvere un suo problema: quello di tornare al più presto a casa ove, se non ci fossero stati imprevisti, sarebbe arrivata alle 23.05. Non molto tardi, è vero, ma con quel freddo e quella promessa di neve che si respirava nell’aria già cominciava a pregustare l’attimo in cui la sua casa di Zurigo l’avrebbe ripresa fra le sue amichevoli braccia.

A Grindelwald aveva dormito allo ‘Jungfrau Lodge’, perché le avevano assicurato che era confortevole ed aveva il vantaggio di stare a quattro passi dalla stazione.

In effetti, il consiglio del suo direttore non si era rivelato sbagliato e del resto lei si fidava ciecamente di quel signore attempato che la indirizzava in tutti i suoi spostamenti, seguendola con le premure di un secondo padre. La camera che le avevano assegnato era piuttosto piccola, con le pareti rivestite da pannelli di legno, mobili rustici di foggia semplice ed essenziale ed un letto fatto apposta per raccogliere le belle dormite che si fanno dopo le lunghe discese sulla neve.

Proprio in una saletta riunioni di quel grazioso albergo ai piedi dell’Eiger aveva condotto in porto un ottimo affare per la sua azienda e, di rimbalzo, per sé. Offrendo un prezzo assai vantaggioso era riuscita a perfezionare la vendita di una partita considerevole di apparecchiature di precisione in ambito sanitario e questa vendita confermava, ancora una volta, che lei era in grado di abbinare alle proprie competenze tecniche anche un accattivante modo di porgersi che sicuramente riusciva ad agevolare l’incastro di tutti i pezzi di quel complicatissimo puzzle chiamato affare.

Insomma, era contenta e a questo suo stato d’animo avevano già contribuito i complimenti del suo direttore, cui aveva immediatamente comunicato l’esito della trattativa.

“Laura, sei formidabile - le aveva detto lui, sorridendo, al telefono - non so proprio come potrebbe andare avanti la nostra Azienda senza di te!”.

Lei, ovviamente, s’era schernita dicendo che non amava essere presa in giro, ma sapeva benissimo che quelle parole erano sincere e che la sua carriera s’era messa a volare verso quote sempre più alte.

Sul marciapiede della piccola stazione non c’erano molte persone ad attendere l’espresso per Zurigo. Sembrava che il cielo, sempre più gonfio di neve in imminente caduta, avesse sconsigliato tutti i possibili viaggiatori di salire su quel treno.

Del resto, le previsioni che Laura aveva appena ascoltato alla radio parlavano di una bufera che si sarebbe riversata da quelle parti e, anzi, era proprio in cima al valico - che il treno avrebbe dovuto affrontare di lì a poco - che si sarebbe scatenata una tempesta con vento fortissimo e una bufera di neve come non se ne vedevano da diversi decenni. La speranza, ovviamente, era che il bollettino meteorologico avesse lanciato uno dei soliti avvisi conditi da un compiaciuto allarmismo, con un’apocalittica esaltazione delle caratteristiche della tormenta e con i consueti avvertimenti a non lasciare la propria abitazione se non ve ne fosse stato effettivo bisogno. Ma nel mio caso, pensò Laura, c’è effettivo bisogno di mettersi in viaggio, a meno che io non decida di restare quassù per qualche altro giorno, cosa assolutamente impensabile ed improponibile.

Mente rifletteva attorno alle complicazioni che minacciava quel cielo di piombo, i suoi pensieri vennero attraversati da un lampo: ma come fai a lamentarti per un banale disagio legato al maltempo, quando poche ore fa hai appena concluso un affare che potrebbe cambiare la tua vita? Sei davvero ingiusta, pensò, e gli venne in mente quel suo amico che lo scorso anno era uscito fuori, non si sa come, dalla propria macchina precipitata giù nella scarpata; si era toccato da tutte le parti e dopo aver constatato che ogni pezzo del corpo stava al proprio posto, si accorse che si era soltanto strappato un po’ la giacca, sopra la tasca sinistra e - anziché gridare: “Miracolo! Sono vivo, sono salvo” ! - pensava : “Accidenti, chissà se adesso si potrà riparare!”

Sorrise in cuor suo e sembrò ancor più rinfrancata quando sentì il suono di una campanella e, subito dopo, l’annuncio che il treno stava arrivando, con la puntualità leggendaria d’ogni cosa che si muove in Svizzera. I passeggeri che sino ad allora sostavano immobili sul marciapiede si misero in attività: chi prendeva la valigie, chi chiamava il figlio che s’era allontanato di qualche metro, chi veniva su dalle scale del sottopassaggio con andare spedito. Insomma, sembrava che avessero dato la carica ad un quadretto vivente che, all’improvviso, s’era messo in azione al suono di un vivace carillon.

Il vagone di prima classe si fermò, neanche a farlo apposta, proprio dinanzi a Laura che, prima di salire, dovette attendere la discesa lenta di una coppia di anziani signori che si muovevano con il torpore di un bradipo appena svegliato, oberati da un notevole affanno per via di qualche anno e di qualche chilo di troppo. Scesero con grande prudenza e poi, ansimando, tirarono giù due ingombranti valigie e tre pacchi avvolti in una carta lucente, guarniti da nastri gialli e rossi, di quelli che terminano con un lungo ricciolo all’estremità e che, proprio in virtù di questo capriccioso truciolo, si trasformano da pacco a pacco-dono, quindi da maneggiare con estrema cura.

Guardarono Laura che aspettava di salire e soltanto attraverso uno sguardo bonario chiesero scusa per la loro goffa operazione di trasbordo. Poi, la invitarono a salire. Il treno era tutto per lei.

Lo scompartimento era vuoto e molto ben riscaldato. Forse anche troppo, pensò, ed aprì per un attimo il finestrino, giusto il tempo – si disse – di far entrare un po’ di ossigeno prima di iniziare il viaggio verso casa.

La fermata a Grindelwald, stando all’orario, doveva essere di appena due minuti, ma ormai ne erano passati quasi cinque da quando Laura era salita sul treno.

Di lì a poco transitò il controllore.

“Scusi, quanto tempo ci fermeremo ancora qui” ?

Il vecchio controllore consultò il suo orologio da tasca, una di quelle antiche cipolle che ormai non si vedono più se non dentro una bacheca di qualche eccentrico collezionista di cose belle del passato.

“A quest’ora, a dire il vero, dovremmo già essere ripartiti. Oggi credo che avremo qualche minuto di ritardo. Capirà, con questo tempaccio! C’è bufera sulle montagne e noi dovremo passarci proprio in mezzo. Comunque - aggiunse con qualche compiacimento - stia tranquilla, non c’è tempesta che tenga; il nostro serpente d’acciaio è sicuramente più forte di quattro fiocchi neve!”.

Adesso - pensò Laura - abbiamo anche il controllore poeta. Il serpente d’acciaio contro quattro fiocchi di neve! Che poi, tanto quattro fiocchi non erano, visto che ormai scendevano giù con un’intensità che lei non aveva mai visto. Sfiorò con la mano il vetro umido ed appannato del finestrino ed ebbe conferma che si era scatenata una vera e propria tempesta, con il vento che faceva roteare grossi mulinelli di neve e piegava senza pietà quei tre piccoli alberelli posti a decoro della stazione. Una volta tanto, pensò, quelli delle previsioni meteorologiche avevano centrato in pieno il pronostico. Se doveva essere bufera, quella era davvero una signora bufera, con tanto di freddo, di vento e di neve da sembrare una sequenza di effetti speciali, come se ne vedono nei film della serie dedicata alle immani catastrofi e alla cosiddetta furia della natura.

Il fischio del treno che annunciava la propria partenza cancellò in un attimo tutte le preoccupazioni di Laura. Forza, serpente d’acciaio, portami a casa!

Si stavano appena muovendo, quando entrò un uomo nello scompartimento. Mostrava un respiro un po’ affannato, come quello di chi ha appena fatto una lunga corsa per prendere al volo l’ultimo vagone. Non aveva con sé bagagli e si lasciò andare sul sedile per un meritato momento di riposo.

“Appena in tempo!” disse rivolgendo per un attimo lo sguardo verso la donna.

Non aveva più di quarant’anni oppure, se li aveva, se li portava benissimo. In una rapida ricognizione, Laura ebbe modo di verificare che il suo compagno di viaggio era una persona ben curata, con indosso un abito di eccellente fattura, scarpe eleganti, una cravatta dal disegno sobrio e ben intonata con i colori dell’abito e della camicia. E’ incredibile quante cose riescono a captare le donne in un rapido scanner che scivola sopra l’oggetto osservato. In una frazione di secondo aveva notato la straordinaria eleganza dei gemelli che ornavano i polsini ed era persino riuscita ad osservare che le mani erano bellissime, asciutte e probabilmente agili, come quelle di un prestigiatore. Anche la voce, sebbene l’avesse udita soltanto per un attimo, sembrava molto gradevole e calda, uno strumento ben accordato per rendere più attraente le proprie risorse comunicative. Il viso era magro, asciutto, con una fronte sulla quale ricadeva un’ampia ciocca di capelli castani, che lui di tanto in tanto riavviava all’indietro usando le dita della mano destra come una sorta di grossolano pettine a quattro denti. Gli occhi, sebbene li avesse incrociati soltanto per un attimo, le erano sembrati d’un color verde scuro, magari venati (ma di questo non era sicura) da pagliuzze dorate che davano all’iride una brillanza vivida e calda.

L’unica cosa che la disturbava era quella sorta di inquieto nervosismo che sembrava contaminare i tratti di un volto che sarebbe apparso quanto mai avvenente solo che avesse potuto contare su un briciolo di serenità in più. E, invece, il suo sguardo continuava ad apparire teso ed irrequieto, come se tutte le ansie del mondo si fossero date convegno dentro di lui. I suoi occhi s’erano appena affacciati su quelli di Laura ma, subito dopo, il suo sguardo aveva preso a girovagare posandosi su altri insignificanti dettagli che componevano la scena che aveva di fronte. Poi guardò fuori.

“Qui fa buio presto. E’ già notte”.

“Si, è vero. C’è anche da dire, però, che con questo tempo non…”

L’uomo la interruppe.

“Il controllore è già passato”?

“Un attimo fa era qui”.

“E le ha già chiesto il biglietto?”

“Si, lo ha visto”.

L’uomo sembrava raccogliere le informazioni che Laura gli aveva appena fornito con improvvisa attenzione.

“Dunque, il controllore è passato – provò a ripetere l’uomo. Se io non ho visto lui, lui non avrà visto me. E non tornerà, per ora”.

“Non ha fatto in tempo a prendere il biglietto?”

“No, non ho fatto in tempo - si giustificò. Non vado quasi mai in treno, mi fa sentire come una sardina in scatola. Preferisco l’automobile”.

“Però, anche quella - avrebbe voluto obiettare Laura - non è una scatola bella e buona?”

L’uomo sembrava che le avesse letto nel pensiero.

“Si, ma almeno posso scegliermi la compagnia; le altre sardine, insomma. Col treno, invece, solo raramente si ha fortuna”.

Come andava considerata quest’ultima frase? Un complimento per Laura, visto che poteva essere annoverata fra le rare occasioni fortunate in cui si viaggia con una compagnia gradevole, oppure una specie di arrogante considerazione, tutta basata sul fatto che lui le sue donne se le sceglieva accuratamente, senza lasciare ne’ a loro ne’ al caso di farle beneficiare delle sua seducente presenza?

In ogni caso, il colloquio appena iniziato sembrava aver preso una sgradevole piega. Quella storia del controllore, che lui si augurava non tornasse, la scatola delle sardine accuratamente selezionate, quel suo fare continuamente disturbato da un costante nervosismo, insomma s’era andato allestendo un assieme che non sembrava accordarsi troppo con il carattere di Laura.

Lei, infatti, era decisamente più tranquilla e serena. Sin da quando andava a scuola era in grado di affrontare ogni esame con estrema lucidità, aveva sempre un approccio razionale con i problemi che le si paravano dinanzi e che doveva risolvere. Questa era davvero una virtù rara, perché rendeva possibile la soluzione di passaggi difficili senza cedere al panico che, abitualmente, innesca un corto circuito capace di paralizzare ogni funzionamento del cervello. Anche all’università transitò spedita attraverso i vari esami e, in questo caso, oltre alla razionale freddezza del suo approccio alle diverse prove poteva contare anche sul fatto che ormai s’era fatta grande e, contemporaneamente, anche molto graziosa.

Il suo visetto spiritoso - con quegli occhi neri, grandi e sorridenti, e con quelle labbra che sembravano disegnate apposta per schiudersi in un dolce sorriso - appariva come un biglietto da visita che invitava a rapportarsi con lei senza alcuna malizia, anche se era un po’ in contrasto con un corpo che, mese dopo mese, sembrava si volesse rimodellare per raggiungere forme sempre più attraenti e, comunque, di una giustezza estetica davvero ragguardevole. Il seno, che un tempo era stato il suo cruccio per il timore di un eccessivo sviluppo, sembrava che avesse deciso di fermarsi alla giusta misura, quel tanto che basta per farsi apprezzare senza favorire prorompenti provocazioni. Le gambe erano il suo punto di forza, tornite e affusolate come quelle che tracciano i disegnatori nei fumetti, belle dalla caviglia al ginocchio e certamente anche fin su in alto, ove si raccordavano con un bacino dotato di belle rotondità, come spesso aveva notato ponendosi di spalle dinanzi allo specchio e volgendo il capo verso di esso per verificare, compiaciuta, che tutto era a posto. E questa manovra di rotazione del capo poteva farla benissimo, dal momento che disponeva di un collo esile e lungo, come quello di certe giovani signore che frequentava a Parigi Amedeo Modigliani.

L’uomo sembrava aver trovato un attimo di quiete dopo aver estratto dalla propria tasca un mazzo di carte, che maneggiava con estrema destrezza.

Laura non potette fare a meno di osservare, sia pure con discrezione, quelle dita che facevano scorrere, girare, mescolare, saltare da destra a sinistra tutte le carte, ne’ più ne meno di quello che avrebbe saputo fare un abile prestigiatore.

“Scommetto che lei non sa farlo”.

“Infatti” - rispose Laura, continuando a sfogliare il giornale che aveva appena acquistato.

Il treno adesso aveva preso a marciare spedito e sicuramente il controllore avrebbe manifestato grande compiacimento per il suo serpente d’acciaio che si infilava con sicurezza dentro la bufera di neve, sempre più violenta. Attraverso i finestrini non si vedeva nulla se non rari lampioni in lontananza, attorno ai quali roteavano vorticosi mulinelli di neve e le luci di qualche piccola stazione che, soltanto per un attimo, lasciavano una traccia fuggente sul finestrino.

A guardar fuori s’aveva la sensazione che il freddo pian piano potesse avere la meglio sul tepore che ancora manteneva livelli di confortevole presenza all’interno dello scompartimento. Meglio ripararsi dietro le pagine del giornale e soffermarsi sulle notizie che ancora non era riuscita a leggere.

Improvvisamente, un’espressione di vivo stupore s’accese sul volto di Laura, che avvicinò alla propria vista una foto riportata nel giornale. I suoi occhi sembravano rimbalzare dalla foto al volto dell’uomo che le stava di fronte, come in una sorta di esplorazione e di confronto fra l’immagine riprodotta sul foglio e il viso di quel passeggero.

All’uomo non sfuggì certamente questa manovra, ma non chiese conto di questa malcelata ricognizione comparativa. Le sue dita continuavano a giocare con quel mazzo di carte, con la disinvoltura di sempre. Laura, allora, ripiegò lentamente il giornale, avendo cura di evitare che l’immagine che stava osservando diventasse visibile alla persona che viaggiava con lei e, dopo aver preso la borsa che stava sul sedile, si accinse ad uscire.

Fu a quel punto che l’uomo cominciò a spingere lentamente la porta dello scompartimento, facendola scorrere verso la chiusura.

“Via, non si sarà mica offesa per la storia delle sardine?”

Laura rimase interdetta

“Come, scusi?”

“Ad un tratto ho avuto la sensazione di averle detto qualcosa di spiacevole. Sono uno specialista per le gaffe: se non ne prendo una al giorno non sono contento!”

A Laura non dispiacque l’improvviso cambiamento di tono, il tentativo di continuare con timbri diversi la loro conversazione appena iniziata, ma le venne istintivo mentire.

“Ma no…è che sono quasi arrivata”.

L’uomo accompagnò con un debole sorriso la propria replica.

“Non è necessario che mi dica bugie. Lei arriverà a destinazione alle 23.05, minuto più minuto meno”.

Lei accusò con sorpresa questa precisazione e avrebbe voluto chiedere al suo occasionale compagno di viaggio come poteva essere così sicuro nell’affermare quanto aveva appena detto.

L’uomo, quasi intuendo la sua domanda, estrasse dal taschino della propria giacca un tagliando.

“Ecco, questo è il suo biglietto. Appena forato dal controllore. Destinazione….vediamo un po’: Zurigo. Ventitré, zero, cinque. Abbiamo ancora un’ora e venti minuti di viaggio”.

Poi, senza aggiungere altro, le restituì il biglietto o, quanto meno, accennò al gesto di infilarlo in una tasca laterale della sua borsetta. Subito dopo, fece scorrere la porta dello scompartimento.

“Ora è libera di andarsene, non la tengo più prigioniera. Anche se…”

“Anche se?”

L’uomo raccolse la domanda che Laura gli aveva lanciato con un aperto tono di sfida.

“Anche se sarebbe più corretto, come dire?... aprire un’inchiesta sull’accaduto”.

“Ma quale inchiesta? Lei mi parla di correttezza dopo avermi rubato il biglietto! – gli rispose in tono ostile. “Mi spiace di non essere la sardina giusta per il suo viaggio”.

Infilò il cappotto e si accinse ad uscire.

“Non è detto che cambiando scompartimento lei faccia incontri più gradevoli”.

“E’ un rischio che mi sento di correre” - fu la secca replica di Laura, che ormai stava per varcare la porta dello scompartimento.

Fu proprio allora che entrò il controllore, impedendo l’uscita della donna.

“Già visto il suo biglietto, vero”?

La donna annuì, con un cenno del capo. Poi il controllore si rivolse verso l’uomo.

“Ho visto anche il suo, forse”?

“Certamente. Eccolo qua. Destinazione Zurigo, arrivo alle 23.05”.

“Grazie, signore. Buon viaggio”.

Sul volto di Laura s’era accesa un’espressione fortemente adirata. S’era accorta perfettamente che il tagliando mostrato al controllore altro non era se non il suo biglietto, proprio quello che un attimo prima il suo compagno di viaggio aveva finto di rimettere nella sua borsetta.

“Adesso mi sembra che stia esagerando, non trova?”

“Via, non se la prenda. Le ferrovie svizzere sopravvivranno anche senza i miei venti franchi.”

Laura non sapeva più se reagire con rabbia o con stupore di fronte a questo atteggiamento così sconcertante

“La prego, mi restituisca il mio biglietto.”

La consegna fu immediata.

“A lei, con mille scuse” – e poi, dopo un istante: “Oh, mi accorgo soltanto ora che non mi sono presentato”.

“Non ha importanza, mi creda.”

L’uomo rivolse verso di lei la sua mano destra chiusa a pugno con indice e medio rivolti verso l’alto.

“E due! Anche su questo bisognerebbe aprire un’inchiesta.”

Laura non sopportava più quello strano colloquio e, ormai, stava per abbandonare lo scompartimento. L’uomo, senza neanche guardarla in viso, sembrava riflettere fra sé.

“Primo: dice di essere quasi arrivata ed accenna a scendere al volo dal treno quando manca più di un’ora all’arrivo. Secondo: non vuole sapere il mio nome e, di conseguenza, non vuole dirmi il suo. Ci dovrà pur essere un motivo per questo strano atteggiamento”.

“Questa è bella. Adesso è lei che mi chiede spiegazioni sul mio comportamento. Non le sembra di essere assurdo?”.

“E perché, scusi? Provi a ragionare un attimo. Si sieda ancora per un po’, la prego. Io ho preso in prestito il suo biglietto per il semplice motivo che ne ero sprovvisto, e questo glielo avevo pur detto. Una volta passato il controllore, gliel’ho restituito. Guardi, guardi pure nella sua borsetta”.

Laura aprì lo scomparto laterale della sua borsa: il biglietto c’era.

“Visto?” - commentò l’uomo con compiacimento. “Ora si potrebbe discutere sulla destrezza della mia azione di asporto e lei, magari, si dovrebbe complimentare con me. Ma io non sono poi così vanesio”.

“Ah, meno male. Ha pure questa virtù”

L’uomo non raccolse il sarcasmo di Laura e si affrettò ad aggiungere:

“Perciò, con le considerazioni che ho appena fatto, l’inchiesta su di me sarebbe terminata”

“Come no? Con la sola differenza che lei non ha pagato il viaggio”.

“E’ vero, ma questo rimprovero non può farmelo lei. Casomai, saranno le ferrovie svizzere a risentirsi.” Poi, dopo un attimo aggiunse: “E adesso, veniamo a lei. Faremo un’analisi dettagliata dei suoi comportamenti e cercheremo di capire il perché delle sue bugie”

“Ma che diamine sta dicendo?”

L’uomo la guardò con un’espressione che Laura non aveva notato sino ad allora. E’ davvero incredibile la capacità di una persona di contrarre o di rilasciare questo o quel muscolo del viso per far assumere al suo messaggio significati del tutto diversi. Ed è ancora più incredibile la raffinata capacità di una persona nel saper decifrare, sulle pieghe di un volto che si trova di fronte, un codice che si apre a mille significati, una sorta di spartito che chiede soltanto di essere letto per dar luogo ad una melodia che accompagna e che rafforza quanto dicono le parole. E Laura, in quel momento, credette di leggere su quello sguardo una sorta di implorazione, una mesta preghiera a non andar via, un’improvvisa perdita di sicurezza e di tracotanza.

Una disperata richiesta d’aiuto.

L’umore, in certe persone, è come un guscio di noce che dondola lungo un ruscello, salta di qua e di là alla minima increspatura dell’acqua e procede a sbalzi, attraverso continue mutazioni di rotta, tutto legato com’è all’azione di agenti esterni che ne influenzano il percorso. In altre persone, invece, è come uno scoglio che fronteggia gli schiaffi del mare e che non si lascia mai scalfire, nemmeno dinanzi alle più furiose tempeste.

Chi era Laura, in quel momento? L’esile guscio di noce sballottato da ogni minima onda o lo scoglio tenace che frantuma la forza del mare? Senza accorgersene, era li che si stava chiedendo se ancora poteva contare sulla consueta freddezza che accompagnava ogni sua decisione o se, al contrario, era subentrato - non si sa come - un senso di inquietante indecisione, una lotta fra i suggerimenti calmi del razionale e quelli che invece vengono chissà da dove, quelli che ti fanno avvertire un qualcosa di indefinito, di incerto. Quelli che ti portano ad esplorare con ammaliata curiosità la caverna da dove proviene un suono dolcissimo ma che ti espongono al rischio di consegnarti indifesa nelle zampe dell’orco cattivo.

L’uomo prevenne le sue conclusioni.

“Le chiedo scusa per questi ridicoli giochi, per queste inutili schermaglie sulle inchieste da fare, sulle sue bugie, sul suo comportamento. Sono soltanto un pretesto per ingannare il tempo o, volendo essere più sinceri, per trattenerla.”

“Vorrà ammettere che ha dei metodi strani per intrattenere la gente”.

“Potrei farle dei giochi con le carte”

“Francamente, non ne vedo la necessità”.

Fu a quel punto che l’uomo le parlò con un’espressione seria, molto preoccupata.

“Fra cinque minuti il treno rallenterà e poi resterà fermo per un paio d’ore in cima alla montagna, sotto la bufera. Non si tolga il soprabito, perché farà freddo”.

“Sembra molto sicuro di ciò che dice. Cos’è, un veggente?”

L’uomo sorrise appena, mentre continuava a maneggiare con abilità il suo mazzo di carte.

“No, perché? Il più delle volte non occorre possedere doti particolari per sapere come andranno le cose. Lei, per esempio, ha comperato un biglietto per Zurigo e, nel preciso istante in cui l’acquistava già fissava i termini di una “previsione”: partenza ad una certa ora, viaggio in treno, arrivo a destinazione alle 23.05”. Poi, a dar forza ulteriore al suo ragionamento, aggiunse: “Voglio dire che vi sono scelte, gesti, iniziative, che innescano conseguenze facilmente prevedibili”.

Laura si sorprese ad ascoltare quei ragionamenti con una curiosità piena di rischi. Stava sull’ingresso della tana e vedeva che era paurosamente buia. Ma non si fermò.

“Le cose che dice saranno anche vere, visto che lei si limita ad un’analisi d’un rapporto causa-effetto. Nell’esempio che ha citato, all’acquisto del biglietto consegue necessariamente un viaggio”

“Brava, Vede che avevo ragione io?”.

“Si, ma non è prevista un’interruzione, una sosta in cima al valico in mezzo alla bufera di neve”

“Oh, questa è una piccola variante, senza importanza.” Poi, quasi senza farsi ascoltare, aggiunse: “Almeno per lei”.

“Ma come fa a dirlo con tanta sicurezza?”.

L’uomo si portò un po’ più avanti nel sedile, avvicinandosi a Laura.

“Mi ascolti, la prego. Mancano pochi giorni a Natale. Lei ha organizzato tutto per benino per non mancare all’appuntamento sotto l’albero con i suoi. I regali sono disposti con cura lì sotto, con i bigliettini del fortunato destinatario. Lei già immagina l’attimo in cui salterà via il tappo dalla bottiglia di champagne che ha appena comprato. E poi gli abbracci affettuosi che danno calore alla notte, le persone che cantano tenendosi per mano”.

Laura lo ascoltava, senza parlare. Stava guardando dentro. Nel buio della caverna.

Le parole dell’uomo le dettero una sinistra conferma.

“Io vorrei offrirle un’alternativa. Meno allettante, lo so, ma….”.

Laura lo interruppe, con fermezza.

“Non ho ben capito a cosa vuol riferirsi. In ogni caso, non credo proprio che sarei disposta ad “alternative”, come dice lei”

L’uomo replicò, con un tono dolce e pacato.

“Non mi fraintenda, la prego. A volte accadono cose senza margini per una scelta. Piccoli fastidi che bisogna subire, con rassegnazione”

In quell’istante il treno cominciò a rallentare bruscamente, come quando vengono azionati con estrema energia i dispositivi d’emergenza. Laura, si trovò addossata allo schienale e si appoggiò con forza al bracciolo. L’uomo, al contrario, restò immobile al suo posto, per nulla sorpreso dall’evento.

Ci furono lunghissimi attimi di silenzio sino all’arresto del treno. Si sentiva soltanto lo sbuffar di stantuffi e di sibilanti getti di vapore che sembravano testimoniare l’affanno di quella brusca frenata. Poi lei si portò verso il finestrino, per cercar di capire il luogo in cui si trovavano. Impresa difficile, pensò, perché non aveva mai percorso quella linea e quindi non aveva alcun riferimento noto per stabilire a che punto del viaggio s’era realizzata quella sosta imprevista.

Imprevista? Qualcuno, un attimo prima gliene aveva parlato, ne era sicura. Ma non voleva star lì a riflettere su questa circostanza. La vita è piena di bizzarre combinazioni e non è detto che quando si realizzano si debba gridare alla precognizione.

Figurarsi.

Da quel po’ che riusciva a scorgere attraverso i vetri, c’era una piccola stazione appena illuminata, con un cartello che magari avrebbe rivelato il nome di quel luogo se non fosse stato ricoperto da un generoso strato di neve.

Vicino alla porta d’ingresso, una fontanella ghiacciata aveva congelato il proprio flusso in un’immagine gelida e, soprattutto, silente. Dietro la porta, invece, si intuiva un piccolo ambiente ben riscaldato, che raccoglieva in un minimo insieme la biglietteria e la sala di attesa. Forse, nei dintorni di quella stazione lillipuziana poteva esserci un piccolo paesino d’alta montagna con qualche anima di vecchio montanaro che - quanto meno d’estate - caparbiamente insisteva a vivere lassù, magari insieme ad Heidy e alle sue sorridenti caprette.

Il controllore si affacciò sulla porta dello scompartimento e Laura lo interrogò immediatamente.

“Ma che succede? Un guasto al locomotore?”

“No, signorina. Una valanga ha interrotto la linea. Per poco non ci finivamo addosso!” Poi, guardando il suo fedele orologio da taschino, aggiunse: “Ho paura che dovremo restare qui un bel po’ di tempo. Per riattivare la linea ci vorrà più di un’ora”

“E noi, nel frattempo?” chiese Laura con apprensione.

“Noi dovremo aspettare in treno. Faremo di tutto per rendere spedite le operazioni necessarie per la partenza e, ovviamente, cercheremo di mantenere in attività il riscaldamento”, rispose con tutta calma il controllore. “Credo, comunque, che verranno inviati dei pullman che potrebbero arrivare da Grindelwald fra circa un’ora e, in questo caso, noi provvederemo subito al trasbordo”

“I pullman? Ma come faranno a salire sin quassù con questo tempo?” replicò la donna, sempre più tesa.

“La valanga che ha bloccato la linea ferroviaria non è arrivata a crear danni sulla strada. Noi siamo abituati a queste evenienze, signorina. Vedrà, riusciremo a riportarla a casa senza troppi disagi”.

Poi, mentre stava per allontanarsi per portare ragguagli anche agli altri passeggeri che, nel frattempo, s’erano riversati sul corridoio, aggiunse parlando a voce alta, per farsi sentire da tutti:

“Chi vuole, può anche scendere: c’è una piccola locanda a due passi dalla stazione. Eccola là, vedete? Lì faremo il check-point per tutte le operazioni di trasbordo sui pullman”

L’uomo, che sino ad allora non aveva parlato, sorrise con un’espressione mesta, del tutto priva di ogni compiacimento per la giustezza delle sue previsioni.

“Succedono cose impreviste, vero?” e poi, senza attendere la risposta aggiunse: “Allora che si fa, si scende?”.

La maggior parte dei passeggeri, dopo una rapida consultazione, decise di indossare il cappotto e di coprirsi con ogni indumento caldo a portata di mano. “Se dobbiamo raggrupparci nella locanda per aspettare i pullman - fu il pensiero comune - tanto vale farlo subito, prima che salti anche il riscaldamento nei nostri vagoni”.

Anche Laura, che forse non avrebbe lasciato subito il calore del suo scompartimento, si preparò per uscire. Indossò il cappotto e con una morbida sciarpa provvide ad avvolgere con più giri il suo lungo collo. Sul capo calzò un cappello nero, che sembrava una di quelle bombette che indossano le donne esposte ai rigori dell’inverno andino. Un’altra persona, così conciata, sarebbe apparsa buffa, ma l’ovale che rimaneva scoperto tra il cappello e le volute della sciarpa regalava il quadro di una miniatura dotata d’una grazia carezzevole, sorridente.

Prese la borsetta e la piccola valigia che aveva portato con sé per questa breve trasferta. Dentro c’era anche un piccolo computer, da quale non si separava mai.

Nel sollevare gli oggetti che costituivano il suo bagaglio, inavvertitamente lasciò cadere sul sedile il giornale che - qualche minuto prima - stava leggendo. In bella evidenza comparve la foto che prima aveva destato il suo stupore: era l’immagine del suo compagno di viaggio, con sopra un titolo in grassetto: “Tragica scomparsa di un giovane architetto” e, nel sottotitolo, “Il piccolo aereo da turismo su cui viaggiava è caduto in fiamme in una vallata ai piedi dell’Eiger”.

Laura riprese subito il suo quotidiano e lo ripiegò, per portarlo via con sé.

La locanda non era poi così piccola. Dopo aver varcato la porta d’ingresso, si entrava in una sala piuttosto ampia, con diversi tavoli coperti da tovaglie multicolori. Per l’arredamento s’era fatto unicamente ricorso al legno e ciò rendeva molto accogliente quella sorta di rifugio ai margini della ferrovia.

A testimonianza di una buona dose di ottimismo da parte dei gestori del locale, si notavano alcune decorazioni natalizie appese alle pareti e al soffitto, il che significava - nelle loro attese - che prima o poi qualche avventore sarebbe pur arrivato. E, questa volta, le loro speranze non erano andate deluse.

Sui vetri delle due ampie finestre c’erano grossolane decorazioni fatte con stelline di carta argentata e con piccoli batuffoli di ovatta, come se fosse stato necessario ricorrere all’evocazione della neve per ricordare che, lassù, faceva freddo e che Natale era ormai vicino.

Di fianco al bancone - ove armeggiava un giovane in maniche di camicia e gilet - c’era un vecchio juke-box che offriva la sua enorme pancia piena di dischi ai desideri di chi aveva nostalgia di ricordare le canzoni dei Platters o di Paul Anka. Bastava buttar giù la moneta, selezionare la canzone e il miracolo canoro aveva il suo corso.

Ad accogliere i passeggeri - con un sorriso dovuto ad un innato senso di ospitalità e con l’espressione estasiata di chi ha appena ricevuto la grazia di un insperato arrivo di clienti - c’era una giovanissima ragazza bionda, che saltava di tavolo in tavolo pronta ad accogliere le ordinazioni.

Certo, fino all’arrivo provvidenziale di tutti quei passeggeri bloccati in cima al valico non è che la piccola locanda avesse un eccesso di lavoro. In un tavolo, vicino al bancone, stava seduto un vecchio che sembrava appena uscito da un quadretto di un modesto pittore che aveva riportato su tela il viso barbuto di un anziano montanaro, con l’espressione un po’ spenta dovuta in parte agli anni e, in parte più significativa, ai bicchieri di grappa. L’atteggiamento del suo volto, però, riprese immediatamente luce al brusio che creò l’ingresso di tutte quelle persone nella locanda. Si fece subito da parte, sperando che qualcuno venisse a dividere con lui il suo tavolo e la sua brilla solitudine.

“Prego signora - disse ad una giovane che si era avvicinata insieme al suo bambino. Si accomodi pure. Io fra qualche minuto’ vado via e questo giovanotto ha bisogno di riposarsi un po’, vero?”. La signora lo ringraziò per la sua cortesia e fece sedere il figlio vicino all’anziano avventore.

Gli altri passeggeri, intanto, prendevano posto nei tavoli e commentavano l’accaduto, spesso discutendone animatamente: “Ma tu guarda che sfortuna, proprio la vigilia di Natale….. Te lo dicevo che era meglio prendere l’auto…Si, ma io come potevo pensare che una valanga ci avrebbe bloccato in cima a una montagna?”.

Per fortuna, quella notte sul treno c’erano pochi viaggiatori. Il periodo di ferie era ormai iniziato e, con quel brutto tempo, gran parte di chi aveva scelto di fare un viaggio aveva preferito cambiare idea. Il che, in definitiva, si rivelò un’ottima circostanza sia per la capienza della piccola locanda sia per il fatto che sarebbero bastati appena un paio di pullman per il trasbordo e la prosecuzione del viaggio verso Zurigo.

Dopo un po’, ad entrare nel piccolo locale fu il controllore.

“Buon Natale, Giovanna”, disse rivolgendosi alla giovane cameriera che lo aveva accolto con un grande sorriso.

“Buon Natale, Capo! Ci avete fatto una bella sorpresa, sapete?”

“E perché? Ogni due giorni cade una frana sopra questa benedetta linea: prima o poi andremo a sbatterci addosso, senza possibilità di scampo!” drammatizzò il controllore, tutto preoccupato per i danni che avrebbe potuto subire il suo serpente d’acciaio. “Comunque, per voi due è una pacchia: vi porto sempre clienti! Anzi, quasi quasi mi viene il dubbio che siate proprio voi due a far cadere valanghe sulla ferrovia!”.

Laura fu tra le ultime persone ad entrare nel locale. Il suo compagno di viaggio entrò subito dopo di lei. La sensazione che provò fu quella di aver appena evitato un pericolo e, adesso, di essere approdata in un angolo di mondo confortevole, pieno di rassicurante calore. In fondo, aveva ricevuto più di una conferma sull’arrivo del pullman che l’avrebbe riportata a casa e, anche se aveva un po’ paura a viaggiare di notte sotto la neve, ora le sembrava di star meglio di qualche minuto fa.

A ciò, forse, contribuiva anche la presenza del suo occasionale accompagnatore, una figura un po’ sconcertante, non c’è dubbio, ma tutto sommato una compagnia non del tutto sgradevole. Anzi, nel momento in cui lui la guidò verso un tavolo posto all’angolo della stanza, vicino alla finestra, lo seguì docilmente pensando che - tutto sommato - null’altro poteva fare.

Alle loro spalle, sulla parete di legno, era affisso un quadro con una cornice dorata un po’ malandata. Era una riproduzione, alquanto sbiadita, della Tempesta del Giorgione, che si poteva vedere con qualche difficoltà sia perché i colori s’erano andati dissolvendo nel tempo sia perché il vetro che ricopriva l’immagine avrebbe meritato di essere spolverato con maggior cura.

Proprio vicino al quadro, c’era una piccola lampada a parete che l’uomo provvide ad accendere e così il quadro si poteva osservare con maggior chiarezza.

Un attimo dopo arrivò Giovanna, la cameriera, per raccogliere l’ordinazione

“Buonasera e benvenuti alla ‘Locanda dell’Orco’. E’ la prima volta che venite quassù, vero?”

La risposta più ovvia, da parte di entrambi, poteva tranquillamente essere: “Si, e sicuramente sarà anche l’ultima”, ma visto il cordiale entusiasmo della giovane si limitarono ad annuire, sorridendo.

“Sapete - continuò la ragazza - qui la gente non viene quasi mai di proposito. Quando succede qualche pasticcio sulla ferrovia, allora i treni sono costretti a fermarsi e noi abbiamo tutti questi clienti. Certo, per voi è sicuramente un disagio, ma per noi è un bel colpo di fortuna”.

“E’ un peccato che abbiate pochi clienti - mentì l’uomo - il posto è accogliente”

“Davvero? Allora lei e la signora tornerete a trovarci? D’estate i boschi qui intorno sono stupendi.” Poi, rivolgendo il suo sguardo verso i vetri completamente appannati della finestra, aggiunse: “Adesso da qui dentro non si vede, ma appena usciti dalla nostra locanda c’è un sentiero che va su, su, molto in alto, ed è pieno di fragole, mirtilli, lamponi e d’ogni altro ben di Dio”

“Ottima informazione - le rispose l’uomo. Intanto, lei cosa ci propone di prendere?”

“Oh, mi scusi signore. A forza di parlare, certe volte dimentico il mio lavoro. Considerando che fa molto freddo, andrebbe bene una china calda?”

I due si consultarono e parvero condividere con entusiasmo la proposta.

“Allora, due chine calde con una piccola buccia di limone. E poi vi porto anche un po’ di dolcetti: sono la nostra specialità di Natale”.

Mentre la ragazza si allontanava, i due si guardarono e, per un attimo, si sorpresero a sorridere. Poi Laura, avendo notato che il suo compagno stava osservando con molto interesse il quadro appeso alle loro spalle, chiese: “ Cos’ha quel quadro di tanto attraente?

“Quello? Oh, proprio nulla. Però, molto tempo fa, ho avuto la fortuna di vedere l’originale”.

“Io no - disse Laura sorridendo - e adesso lei mi dirà che sono molto ignorante!”

“E perché mai? Sulla vita e sulle opere di Giorgione siamo tutti ignoranti. Quando la peste se lo portò via, avrà avuto si e no trent’anni. E di questa sua vita nessuno sa niente, o quasi”

L’uomo tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette, ne accese una e poi tornò ad osservare il quadro.

“Che straordinaria contraddizione. La sua breve esistenza avvolta nel buio, i suoi quadri - invece - sono così pieni di luce. A volte, evidenza e mistero si mescolano e i fatti si intrecciano in un groviglio confuso, indecifrabile”. Poi, dopo un sorriso, aggiunse: “E’ un po’ come nelle favole”.

“Nelle favole, ha detto? Ma lì è tutto chiaro. Il buon cacciatore ammazza sempre il lupo cattivo e tutti finiscono per vivere felici e contenti”.

La replica dell’uomo fu immediata.

“Ma io non mi riferivo a quel tipo di favole. Quelle hanno un codice chiaro e la regia è molto facile. A parte il fatto che il cacciatore non è sempre buono…”

“…e il lupo non è sempre cattivo!”.

Il tempo scorreva lento in attesa dell’arrivo dei pullman. La neve continuava a cadere e il suono del vento era a malapena coperto da quello del juke-box che era stato azionato da due anziane signore in vena di struggenti amarcord.

La conversazione fra Laura ed il suo compagno di viaggio aveva perso tensione e fra i due sembrava che si fosse stabilita una sorta di tregua dopo le asperità dei primi momenti.

Avevano avuto l’accortezza di ricorrere ad argomenti neutri, all’esame di questioni di ordinaria amministrazione, come spesso si fa per mantenere un contatto privo di eccessivo coinvolgimento emotivo, insomma come quando si parla del più o del meno (senza affezionarsi troppo alle tesi dell’uno o dell’altro segno).

Quello delle fiabe, ad esempio, era un terreno praticabile, consentiva di comunicare attorno al passato, ai personaggi bizzarri che le animavano, agli autori che spesso sono sconosciuti, alla vivacità della trasmissione orale di quelle vicende che senza la buona volontà di nonni contastorie si sarebbero perse nel tempo.

“Però, se lei ci pensa bene, certe favole sono impregnate di una crudeltà agghiacciante e sinceramente non riesco a capire come abbiano potuto registrare un così grande successo”.

“Per esempio?” chiese Laura, incuriosita da questa osservazione.

“Provi a pensare alla storia di Pollicino. Dovrebbe far tenerezza e anche destare ammirazione per un personaggio così pieno di arguzia e di buon senso, capace di superare le più grandi difficoltà con soluzioni semplici ed efficaci. Però, se lei ci pensa bene, nella favola ci sono anche personaggi orribili e non mi riferisco soltanto all’Orco cattivo che mangia i bambini ma soprattutto alla figura dei genitori, che decidono di abbandonare i propri figli nel bosco. Io penso che un bambino che legge questa storia comincia ad entrare in apprensione temendo che anche in casa sua, un giorno, potrebbe mancare il cibo e che lui potrebbe essere abbandonato in qualche zona desolata dalla quale è impossibile fare ritorno. Non le sembra?”

“In effetti, non ci avevo mai pensato, ma credo che lei abbia proprio ragione. Forse i bambini hanno bisogno di essere scossi violentemente per donare attenzione ad una storia. Se tutto filasse via liscio, senza eventi paurosi o terrificanti, forse si addormenterebbero senza alcuna emozione”.

L’uomo annuì. Le osservazioni di Laura gli apparivano sempre più puntuali e conversare con lei era quanto mai piacevole. Lei gli donava un sorriso accattivante, un'espressione che ben disponeva al colloquio, alla comunicazione dei piccoli fatti che animano la nostra vita. Ma non è facile guadagnare l'amicizia di qualcuno. Per far questo occorrono giorni, mesi, anni, bisogna che la pianta della fiducia affondi le proprie radici in un terreno di conoscenza fatto di parole, di gesti, di comportamenti, magari di una carezza che l'altro avverte come sincera o, che so io, di una stretta di mano che, all'improvviso, trasforma la semplice conoscenza in autentica amicizia.

“E di quella favola buffa che è la vita, lei che ne pensa?”

“Perché dice ‘buffa’? ” rispose Laura.

“Perché lo è, mi creda. Certe volte immagino d’essere un attore che recita in mezzo a cento comparse e poi mi succede, come nei sogni, un fatto stranissimo. Mi ritrovo seduto in platea ed osservo me stesso sul palcoscenico. Ascolto le cose che vado dicendo, guardo le cose che faccio…e allora tutto mi sembra così straordinariamente curioso; persino i momenti drammatici di quella vicenda riescono a farmi sorridere, anche perché in quell’istante mi sento al riparo da ogni sorpresa. E poi, comunque vada, il protagonista è lui. Un altro”.

Giovanna, la cameriera, arrivò di gran corsa con un vassoio che conteneva due bicchieri fumanti con china calda e buccia di limone. A fianco era disposto un paio di piattini con i famosi dolcetti, specialità della ditta.

I due avvicinarono alle labbra con molta cautela la china bollente e si accinsero di buon grado ad assaggiare quei pasticcini che lasciavano presagire un accattivante sapore. Anche negli altri tavoli si era diffusa un’atmosfera briosa, quasi che il tepore della locanda, la musica del vecchio juke-box, le bevande calde che tutti avevano ordinato insieme ai rinomati dolcetti avessero d’un tratto cancellato la brutta avventura provocata dalla valanga e l’arresto del treno lassù, in cima al valico.

L’uomo aveva tirato fuori nuovamente il mazzo di carte e continuava a farle scorrere fra le sue dita.

“Le piace così tanto giocare con le carte?”

“Queste sono carte speciali”

“Lei sta cercando di incuriosirmi a tutti costi. Fa parte della sua strategia….acchiappasardine?”

“Assolutamente no. Vede? Sono tarocchi”, e così dicendo aprì il mazzo di carte sul tavolo. “Questi sono i ventidue arcani. Guardi: il carro, il diavolo, la casa, l’angelo…”

“Sono molto belle. Non le avevo mai viste. Ma lei, cosa ci fa? Non mi dica che è un cartomante, che legge il futuro!”

“No, no, per carità. Mi piacciono i disegni, i colori. Per il lavoro che faccio, questo tipo di attenzione è fondamentale. Guardi questa com’è bella: la papessa. E queste: la fortuna, la temperanza. L’eremita”

“Ma con queste carte ci si può anche giocare?”

“Volendo, si. Ma in quel caso il mazzo è molto più grande. Sono settantotto carte, dovrei portarmi appresso una valigia! Qualche volta mi diverto a farci un solitario, magari quando sto solo e mi annoio. E non è questo il caso.”

“Mi faccia vedere come fa il suo solitario. Tanto i pullman chissà quando arriveranno. Anzi, facciamo così: se il solitario riesce vuol dire che saranno qui entro mezz’ora”

“E se non riuscisse?”

“Ne faremo un altro e poi un altro ancora. Prima o poi verrà, no?”

Laura spostò in un canto del tavolo il vassoio con i bicchieri ormai vuoti ed i piattini dei dolcetti, che erano spariti in brevissimo tempo. Giovanna aveva ragione: erano davvero speciali!

L’uomo dispose le carte sopra la tovaglia, dopo averle fatte mescolare. Le pose in due cerchi concentrici, ciascuno di dieci carte; le due che rimanevano vennero poi collocate al centro. Tutte la carte erano coperte. Laura osservava con curiosità tutta l’operazione.

“E adesso?”

“Ogni arcano ha un numero e il maggiore vince sempre sul minore, ad eccezione dell’angelo che prende il mondo. Lei deve scoprire prima una carta dell’anello esterno e poi una di quello interno. Se quelle che sono all’esterno vincono sulle altre almeno sette volte, allora ha diritto a scoprire le due che restano al centro”

“Va bene, ho capito. Posso provare? Dunque, vediamo. La casa, quindici, il papa, sei. Ho cominciato bene, ha visto?”

“Continui, la prego”

“L’angelo, diciannove, e il mondo venti. E anche questa volta ho vinto perché l’angelo prende il mondo. Sono stata attenta, no? Poi, questa: l’eremita, nove. La papessa, tre. L’appiccato, dodici e la fortuna, dieci. Il diavolo quattordici e il bagatto, due… Dio mio, che fortuna sfacciata!... Il sole, diciotto e la temperanza, tredici. Ancora un’altra e ci sono riuscita!”.

“Vada avanti”

“L’imperatrice, quattro e la forza, undici. Ahi, questa è andata male. L’imperatore cinque, la giustizia, otto!”.

Laura stava prendendo parte al gioco con insolita partecipazione e questa prima sconfitta le creò una palese delusione. In ogni caso, proseguì con rinnovata grinta: “Le stelle: sedici, è un numero molto alto, dovrei farcela. La luna: diciassette. Che peccato avevo cominciato così bene”.

“Le resta un’ultima presa, coraggio”

Lei sollevò l’ultima coppia di carte, molto lentamente.

“Il carro, sette…il folle, uno!. Ha visto, ci sono riuscita! Ho fatto sette punti. Ora solleverò le carte del centro. Ne ho diritto, no?”

Così dicendo, passò alle ultime prese.

“Vediamo chi vincerà fra questa due”, disse sollevando la prima delle due carte rimaste al centro.

“L’amore! Vittoria sicura!”

Prevenendo Laura che si accingeva a scoprire l’ultima carta, lui le disse con voce ferma: “Aspetti un attimo, la prego”.

“Ma perché, ho vinto e…”

L’uomo raccolse tutte le carte che erano sparpagliate sul tavolo e ricompose in fretta il mazzo. Poi prese l’ultima carta, quella ancora coperta, e l’infilò nella tasca laterale della borsetta.

“Questa carta gliela regalo. Ma il verdetto lo leggeremo fra un po’. Va bene?”

“Anche questa è una regola del gioco?”

Lui non rispose e le offrì una sigaretta.

“Prima del verdetto una sigaretta non si nega a nessuno”

Laura annuì e si avvicinò verso l’accendino che l’uomo aveva in mano. Aspirò con piacere il fumo e un attimo dopo si mise ad osservare le volute che, salendo lentamente verso l’alto, si attorcigliavano tremule l’una sull’altra.

“Però che strano. Questa sosta improvvisa, imprevista. I nostri discorsi. I fatti della vita….”

L’uomo la guardò, con grande dolcezza e poi commentò la sua osservazione.

“I fatti della vita. Noi che li viviamo siamo come i passeggeri di un treno. Una volta arrivati a destinazione, possiamo analizzare con calma tutto ciò che è accaduto durante il viaggio. E poi chiamiamo destino una forza invisibile che ci ha spinto a questo o a quel gesto. Il bello è che non si può più rimediare quando un gesto s’è consumato”.

L’uomo guardò la tovaglia che ricopriva il tavolo. Una tovaglia bianca, attraversata da una riga rosa che, ad un tratto, si biforcava formando una Y. Prese il suo accendino e lo pose all’inizio della riga rosa, facendolo scorrere lentamente sopra di essa.

“Ecco, vede? Se questo è il treno in cui viaggiano i nostri destini, ogni istante che esso procede si lascia alle spalle momenti irripetibili per i quali non c’è possibilità di rimedio, di correzione, perché non è consentito tornare indietro”. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: “Adesso lei metta in ipotesi che quando si arriva quassù, dov’è il bivio, questo treno si divida in due parti”

“ E’ un po’ quello che è successo a noi. Ci hanno spedito sul binario morto”

“Si - rispose l’uomo indicando un braccio della Y, sulla tovaglia - “ma questo non è un binario morto. E’ soltanto una strada che conduce in una direzione diversa, vede?” E così dicendo pose il proprio accendino all’inizio di un braccio della Y e poi, prendendo quello che Laura aveva in mano, lo mise sull’altro braccio, facendoli avanzare lentamente. “Come vede, si allontanano verso direzioni opposte, insomma verso destini ormai separati l’uno dall’altro”.

La donna era affascinata da quella atmosfera piena di mistero.

“ Chissà quante volte ognuno di noi s’è trovato a fare simili scelte”

“Già. Ma qui sta il punto. Lei parla di scelte, della volontà precisa di dirigere il proprio percorso. Io dico, invece, che il più delle volte si è costretti ad imboccare una strada anziché un’altra”. Poi, guardando i due accendini, ne indicò uno ed aggiunse: “Adesso, per esempio, io vorrei stare su questo vagone e invece qualcuno mi ha messo, a mia insaputa, proprio su quest’altro”

“Può darsi che sia destinato ad un percorso migliore”

L’uomo fece un impercettibile segno di diniego

“Certamente non è così. Adesso io vorrei che accadesse il miracolo. Vorrei saltare da questo a quel vagone. Ma ormai è troppo tardi, vero?”

“Perché lo chiede a me? E’ lei che conduce il gioco”. Poi, come a sviare il discorso, dopo aver guardato l’orologio aggiunse: “Fra un po’ verranno a prenderci. Oppure è previsto un natale alla Locanda dell’Orco?”

“Questo, purtroppo, non lo so. Non dipende da me”

L’uomo riprese il proprio accendino e consegnò a Laura il suo. Accese ancora una sigaretta ma la sua mano, compiendo la manovra, mostrò qualche incertezza, un lieve tremore.

“Le trema la mano”

“Come?”

“Ho detto che le trema la mano.” Poi, quasi a scusarsi per l’indiscreta segnalazione, aggiunse: “In effetti, ora fa un po’ freddo”.

Laura si alzò dal tavolo e si avvicinò alla finestra. Con la punta delle dita cercò di pulire i vetri appannati con l’intento di verificare se la strada era coperta di neve. Si stava chiedendo se i pullman ce l’avrebbero fatta a salir fin lassù ed incrociava le dita sperando nel loro arrivo. Anche l’uomo si alzò dal tavolo e si mise al suo fianco.

“ Perché non restiamo qui, stanotte?”

Formulò la sua domanda senza neanche guardarla in viso. Laura, invece si girò bruscamente verso di lui. Poteva rispondere in mille modi. Poteva insultarlo, aggredirlo per la sua sfacciata proposta, rimproverargli di aver abusato della sua fiducia, di essersi finalmente rivelato per quello che era e cioè un banalissimo intrattenitore di signore con l’altrettanto banale intento di finire a letto con loro. Ma non disse niente di tutto questo. L’uomo, sempre al suo fianco, continuava a guardare attraverso i vetri, come se avesse dimenticato la sua richiesta. O meglio, come chi temendo un diniego si prepara a subirlo con apparente indifferenza. O rassegnazione.

Laura volse le spalle alla finestra, ma restò vicina a lui.

“Lei che lavoro fa?”. L’uomo continuava a guardar fuori, senza rispondere, ma Laura volle insistere: “E’ un architetto, vero?”.

“Non credevo di averglielo detto”

“Infatti, non me lo ha detto. L’ho letto”

“E dove?”

“Sul mio giornale. Lo vede? Quello che ho poggiato sul davanzale della finestra”

L’uomo sembrava seguire le parole di Laura con indifferenza.

“Non ci crede? Allora guardi….” Prese il giornale e lo sfogliò per ritrovare la pagina che riportava la foto e la notizia dell’incidente. Ma la sua ricerca si rivelò del tutto infruttuosa. Quella notizia non c’era e nemmeno l’immagine del suo compagno di viaggio.

“Eppure…”

L’uomo la interruppe, con una palese agitazione. Stava tornando tutta quella inquietudine che lui aveva manifestato sin dal loro primo contatto, sin da quando era entrato in quello scompartimento.

“Io mi sento un gran paura addosso”

“Ma perché? Il pullman arriverà fra qualche minuto e, allora, addio Locanda dell’Orco”

“La prego, resti qui con me questa notte” Poi, come a volerla rassicurare ancora una volta: “Stia tranquilla; se c’è una cosa che detesto è la banalità. Non confonda la mia richiesta con la solita avventura di caccia”.

Laura lo guardò con un’espressione rassicurante, con l’intento di fargli scaricare un po’ di tensione.

“Lei ha una predisposizione spiccata per gli animali. Prima una sardina, adesso un fagiano da catturare al volo. Non ne sono poi tanto lusingata”.

Laura tornò a sedersi al tavolo e l’uomo la raggiunse.

“Non le è mai successo di sentirsi improvvisamente sola, di avvertire attorno a sé il silenzio del vuoto? E’ come volare, viaggiare di notte in mezzo alle nuvole, senza vedere una stella. Aver perso improvvisamente l’orientamento, chiudere gli occhi e lasciarsi andare per gli ultimi istanti. Quello è il momento in cui aspetti il miracolo, una mano che ti prenda la mano, che ti porti via. Che ti faccia saltare sull’altro convoglio, prima che sia troppo tardi.”

Lei lo guardava, turbata. S’era accorta della sua inquietudine, di quel senso di angosciante stupore, come di uno che - in un incubo - si scopre sospeso a galleggiare nel vuoto e cerca disperatamente un appoggio. Ma se era in grado di percepire perfettamente tutto questo, al tempo stesso non sapeva come intervenire, come porgere la sua mano per dargli la sicurezza che lui le chiedeva.

“Io non la capisco, non ce la faccio a star dietro ai suoi discorsi. Come posso aiutarla?”

“Se lei potesse tirar giù dal patibolo uno che non ha fatto niente per meritarselo, avrebbe il coraggio di restarsene lì a guardarlo, con le mani in mano?”

“Non lo so, mi creda. Forse, se la sentenza era giusta…”

E l’uomo, incalzando: “ Ma se qualcuno avesse commesso uno sbaglio, ecco, diciamo un atto di imperdonabile indifferenza, lei che farebbe? Me lo dica, che farebbe?”. Poi, come riavendosi, aggiunse: “Io la sento così lontana”

Laura poggiò la propria mano su quella dell’uomo.

“Non è vero”

Lui ormai si stava guardando intorno prima di poggiare il suo sguardo sui vetri appannati della finestra.

“ …una palla che picchia sul mucchio della carambola. Sul panno verde si sparpagliano in fuga i colori delle biglie colpite, si urtano l’una con l’altra, secondo i capricci del caso. Poi una finisce in buca ed esce dal giuoco, per sempre”.

La voce dell’anziano controllore portò la notizia attesa da tutti. I pullman erano arrivati e fra due minuti tutti potevano salire a bordo. Un attimo dopo si sentì, all’esterno, il suono tanto atteso di un clacson. Si torna a casa!

“Coraggio, signori. Chi tarda passa il Natale alla Locanda dell’Orco. Forza, tutti sull’autobus. Fra un’ora o poco più saremo a Zurigo!”.

L’invito venne immediatamente raccolto da tutti i passeggeri. C’era un brusio festoso. Tutti si affrettavano verso la minuscola porta per uscire dal locale. Una bambina aveva dimenticato sul tavolo la sua bambola. L’uomo la vide e si rivolse alla mamma

“ Signora…la bambola di sua figlia”

“Oh grazie signore. Lei è sempre così sbadata. Su, andiamo”

La bimba prese la sua bambola. Poi si rivolse verso l’uomo che gliela aveva appena riconsegnata

“E tu non vieni?”

L’uomo le rispose con un piccolo segno di diniego, tornando a guardare fuori.

Laura aveva appena preso la sua borsetta. Non sapeva che fare. Un’ansia terribile testimoniava il peso della sua incertezza, che divenne ancor più pesante allorché il suo sguardo si incrociò, per un attimo, con quello dell’uomo.

Com’è buffa la geometria delle sensazioni, che corre piatta magari per ore e per giorni e poi, nel giro d’un breve momento, si aggroviglia in mille volute contorte, si fa spigolosa, lacerante. E’ come la tavola piatta del mare che tutto ad un tratto si increspa, si tinge di nero, acquista potenza e diventa capace di devastare ogni cosa.

In quell’istante, si udì distintamente un nuovo richiamo proveniente dall’autobus.

“Che strano suono hanno le trombe del giudizio” mormorò l’uomo. “L’arcangelo Gabriele stavolta s’è vestito coi panni di un autista di pullman”

Laura, pressata anche dagli altri passeggeri, si trovò sulla porta e venne quasi sospinta fuori. Si trattava di far pochi passi in mezzo alla neve, che ancora cadeva copiosa. Quel breve tratto era stato appena spalato e, con un po’ di prudenza, consentiva a tutti i passeggeri di salire sul pullman, senza scivolare.

A bordo c’era un forte calore e tutti si affrettarono a togliersi gli abiti pesanti che avevano appena indossato. Laura si accomodò vicino alla bambina, che già si era addormentata con la sua bambola fra le braccia.

Non appena l’ampio sportello anteriore si chiuse, il pullman si avviò lentamente. Le grandi spazzole del tergicristallo cacciavano con efficacia i fiocchi di neve che continuavano a posarsi copiosi sul vetro.

I passeggeri, fortunatamente, non vedevano lo scenario che si parava dinanzi all’autista: una strada molto tortuosa, in forte discesa, circondata da muri di neve, che imponevano una guida attenta e prudente. Il conducente però era esperto e, lentamente, faceva scivolare il suo automezzo verso la meta, lasciando alle sue spalle la piccola locanda.

Per rendere il viaggio più confortevole, qualcuno chiese di accendere la radio. L’autista accontentò i suoi passeggeri. Neanche a farlo apposta, suonavano quella vecchia canzone che, poco tempo prima, avevano ascoltato dal vecchio juke-box della locanda.

Ci fu il tentativo di un sommesso coretto, che non ebbe molto successo. Era tardi e tutti volevano soltanto raggiungere la propria destinazione.

Poi la notizia: “Apprendiamo in questo istante che pochi minuti fa un piccolo aereo da turismo è precipitato in una vallata ai piedi dell’Eiger. Le cause dell’incidente andrebbero ricollegate alle pessime condizioni atmosferiche e alla tempesta di neve che si è abbattuta in quella zona. Sul velivolo, che era partito due ore prima quando le condizioni del tempo non erano così compromesse, viaggiava soltanto il pilota, un noto architetto di Zurigo”.

L’autista, come se avesse voluto tenere al riparo da brutte notizie i suoi passeggeri, cambiò stazione alla ricerca di una musica dolce, come quella che stavano ascoltando prima di quel triste comunicato.

“Volare con questo tempo…roba da pazzi”, commentò a bassa voce il conducente. “Vorrei proprio sapere dove andava, a quell’ora, la vigilia di Natale”

Gli occhi di Laura si riempirono di lacrime. Aveva appena sfilato dalla tasca della sua borsetta una carta dei tarocchi, che continuava a stringere in mano: la morte.

Il pullman era ormai quasi arrivato a destinazione. Le sue luci rosse divennero un puntino piccolo piccolo. Poi rimase soltanto la notte, con i suoi fiocchi di neve.

Tags: Alberto Freddi, Racconti, Sanitario Artista

Sostituzioni

Collegamenti

Il nostro sito utilizza i cookies per offrirti un servizio migliore. Se vuoi saperne di più o avere istruzioni dettagliate su come disabilitare l'uso dei cookies puoi leggere l'informativa estesa

Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o cliccando su Accetto, presti il consenso all’uso di tutti i cookies.